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Comune di Fusignano
Dopo la terribile alluvione del 1250 che sconvolse l'assetto territoriale tra Senio e Santerno, il Conte Bernardino di Cunio, per riedificare il suo castello di Donigallia, scelse per luogo il Fundus Fuscinianus, il cui suffisso latino testimoniava l'antichità di una terra che, per la sua favorevole posizione, aveva insularmente resistito ad ogni inondazione. Il nuovo insediamento ereditò la doppia tradizione del Castello di Donigallia e della Pieve di San Giovanni Battista in Liba traslocata entro le mura. La nuova sistemazione fu definitiva nei siti e nelle forme; da quel tempo in poi coincisero i confini ecclesiastici e politici di Fusignano.
Debellata ogni opposizione , i feudatari presero ad ingariare terra e territorio. Un secolo dopo, la scomparsa sulla scena locale di un nuovo Corelli (nipote di Arcangelo, il sommo violinista che diede statuto alla musica strumentale) nella carica di Vicario Foraneo, fece esplodere un'annosa tensione latente tra ceto ecclesiastico e camera baronale a proposito dell'immunità: il pio e coraggioso abate Giulio denunciò al presule gli abusi della casa marchionale (1739) e seppe coinvolgere nella controversia anche la Comunità laica.
La terra di Fusignano era cresciuta "nel materiale e nel formale" in breve tempo, dopo un buio periodo durante il quale, vessata ed umiliata, non aveva avuto alcuna espressione cittadina. Senza un fattuale Consiglio della comunità, senza alcuna scuola perché i feudatari avevano osteggiato ogni insediamento conventuale per il pericolo dell'estensione dell'area delle immunità ecclesiastiche. Ma nei primi anni del secolo XVIII un maestro brisighellese rifugiatosi a Fusignano, Marcello Padovani, aveva aperto una scuola da cui erano usciti notai e preti letterati - tra i quali uno dei primi precettori del poeta Vincenzo Monti - e l'arciprete don Cricca che istituì la collegiata (1744) per il decoro della Chiesa locale, dando coscienza ecclesiastica ad un clero avvilito delle prepotenze dei Calcagnini. Tutto il paese acquistò qualità, fu selciato (1784), ebbe l'orologio pubblico (1785) ed un Teatro (1794). Le nuove forme di espressione urbana diedero personalità a Fusignano che si riconobbe soggetto di storia, prima implicitamente con le annotazioni del Cricca, poi in modo formale con le memorie del Laurenti. All'arrivo dei francesi (1796) si trovarono predisposti ad accogliere il verbo esportato dalla Rivoluzione non soltanto i discendenti ramificati dei Corelli, ma anche personaggi provenienti da famiglie legate all'antico regime. I patrioti romagnoli che più si illustrarono nelle imprese napoleoniche hanno relazione con Fusignano: Filippo Severoli, fusignanese di nascita e faentino di patria, Pier Damiano Armandi, faentino di nascita e fusignanese di patria. Il feudo caduto non sarà restaurato col ritorno di Fusignano allo stato della Chiesa (1815); le idee rivoluzionarie tanto avevano radicato che alto sarà il contributo di volontari alle Guerre d'Indipendenza durante il Risorgimento.
Con l'Unità d'Italia, Fusignano venne stornato da Ferrara, alla cui legazione era appartenuto, ed assegnato come Comune alla Provincia di Ravenna; la nuova divisione amministrativa penalizzò il piccolo centro rurale, separandolo da ogni importante rete di comunicazione. La struttura urbanistica del paese restò invariata, ma il centro nevralgico si spostò dal Castello al Borgo (l'attuale Corso), zona residenziale delle nuove famiglie possidenti, tra le quali primeggiava senza confronto, quella dei Piancastelli che diede assetto agrario a quella estensione che i Calcagnini avevano territorialmente sistemato. Uno degli ultimi Piancastelli, Carlo, nel sontuoso palazzo da lui costruito, raccolse in collezioni di grande valore , ora conservate a Forlì, le memorie della Romagna.
La Comunità di Fusignano venne retta e guidata, senza infamia e senza lode dal ceto dei possidenti, sino alla fine del XIX secolo. Fu un polemico intellettuale, Leone Vicchi, a introdurre il concetto e la pratica dell'opposizione nel Consiglio Comunale e da allora i partiti si sono disputati il governo della cosa pubblica locale. La propaganda e le organizzazioni " rosse" ebbero fortuna in tutta la bassa Romagna e Fusignano fu uno dei centri della settimana Rossa (1914) e da quella data l'Amministrazione s'è tinta del medesimo colore, escluso il ventennio fascista, durante il quale il paese ha dato il suo contributo di sangue alla causa della libertà, dall'assassinio del sindaco Emaldi (1923) all'eccidio del Palazzone durante la resistenza (1944). La Seconda Guerra Mondiale sostò per quattro mesi sul fiume Senio e ridusse Fusignano ad un cumulo di macerie. Scomparsi gli edifici che memorizzavano il passato, il paese è risorto a nuova e diversa vita, ha triplicato la propria are urbana. Estinte le famiglie storiche , la proprietà della terra è passata ai coltivatori diretti, e per qualche decennio, Fusignano ha anche beneficiato di un'avventura industriale che ha lasciato in eredità un buon settore produttivo. |